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Prospettive
[…dal messaggio del Preside]
La Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, sia per la laurea triennale che specialistica, si distingue per la specificità della offerta formativa nella scelta e nel numero delle singole discipline, con una forte componente di insegnamenti di ambito scientifico e tecnico, nella quantità e finalizzazione delle attività pratiche, nei laboratori e sul campo, parte ad integrazione della didattica frontale, parte comuni ad ambiti professionali comuni, soprattutto nell'integrazione tra saperi umanistici e scientifici applicati al patrimonio culturale e quindi nella formazione professionale complessiva che il laureato acquisisce. La indispensabile formazione di base letteraria, storica, storico artistica ed architettonica, pur nelle materie presenti anche nei corsi delle Facoltà di Lettere, è impostata su programmi scelti ed fortemente indirizzati ad una approfondita conoscenza teorica e pratica dei diversi ambiti specifici dei beni culturali. Alle discipline di taglio tecnico scientifico che da molti anni sono ormai caratteristiche del settore, nella ricerca e nella didattica (metodologie, rilievo ed analisi, paleobotanica, archeozoologia, antropologia, geologia, restauro etc.), si aggiungono ambiti disciplinari di taglio prettamente chimico, fisico, economico, giuridico, specificamente indirizzati ai beni culturali, in buona parte anche nella definizione disciplinare (chimica dei beni culturali, fisica dei beni culturali, economia dei beni culturali, legislazione dei beni culturali). Inoltre è opportuno ricordare che in base alla recente legislazione i Beni Culturali comprendono con ampia valenza anche il complesso dei beni ambientali, e quindi i nuovi ordinamenti dovranno prevedere uno spazio più ampio rivolto allo studio, certo già presente del complesso integrato uomo- ambiente, che in sostanza viene ad interessare tutte le componenti del paesaggio.
L'insegnamento universitario del nostro settore è basato su un sistema, sia frontale che di laboratorio e di attività pratica diretta, in molti casi sviluppata comune docente-studenti (di gran lunga più qualificante), che non deve tanto trasferire nozioni codificate, quanto suggerire ed incrementare a diversi livelli formativi (laurea triennale, specialistica, scuole di specializzazione, dottorati di ricerca, Master), una metodologia critica di analisi scientifica basata sul sistema rilevamento del dato-analisi-sintesi; in sostanza trasferire cultura; metodo, rigore scientifico nell'analisi e nella sintesi, per formare operatori di medio ed alto livello in grado di progettare, organizzare e dirigere interventi diversi nel settore della conoscenza, conservazione, valorizzazione dei beni culturali. Certamente le Facoltà, in particolare in questo ambito disciplinare, non sono indirizzate a formare quadri di taglio industriale da inserire in un tessuto rigidamente programmato, come alcune recenti indicazioni ministeriali sembrerebbero in parte suggerire, cercando parametri in ambiti culturali stranieri improponibili nel nostro settore, tra l'altro perché di livello certamente non superiore a quello medio italiano.
Per quanto riguarda gli sbocchi professionali, pur in un quadro di generale disagio nel rapporto tra formazione e lavoro per l'Università italiana e per l'intero comparto statale, senza indurre facili illusioni, si deve segnalare che l'intero settore del patrimonio culturale soffre di una generale carenza di operatori specializzati e versa in una situazione di disagio non più sostenibile nei principali ambiti di intervento sul patrimonio (conoscenza, conservazione, tutela, valorizzazione), carenza che non si potrà ridurre di fatto senza un consistente contributo di energie giovani. I tempi sono certamente maturi per una consistente immissione di specialisti nel mondo del lavoro, che evidentemente è condizionata dalla disponibilità economica dello Stato e degli Enti Locali, che costituiscono di gran lunga il principale se non esclusivo vettore di iniziative nel settore. L'interesse per il patrimonio culturale si evidenzia non tanto nel comparto pubblico (in particolare Ministero peri Beni e le attività Culturali, in forte carenza di organico e penalizzato dalle restrizioni finanziarie) quanto negli Enti Locali, anche minori, che cominciano a recepire il significato culturale ed economico dell'investimento qualificato nel settore, ricorrendo con frequenza crescente a singoli specialisti, cooperative, società, di giovani laureati, spesso in relazione a convenzioni con Università e gruppi di ricerca. Le possibilità di lavoro nel settore dei beni culturali sono quindi in diretto rapporto con l'impegno che gli Enti locali rivolgono al complesso del patrimonio culturale, evidentemente volano economico pesante, ma non sempre valutato nella sua potenzialità. Se tutti i Comuni con un buon patrimonio culturale nel territorio investissero un minimo per conoscerlo valorizzarlo e farlo rendere, agissero cioè al livello medio basso dello standard europeo, i laureati del settore sul mercato sarebbero largamente insufficienti.
Posto che il nodo centrale del problema deve essere individuato negli aspetti economici, i tempi sono maturi per ribaltare i criteri dell'investimento e della spesa pubblica nei beni culturali: finora l'investimento, ad es. di un comune, è stato visto unicamente come uscita, finanziamento senza possibilità di recupero con finalità prioritariamente sociali. Il restauro di un edificio storico è stato trattato al livello di una festa popolare o di una sagra. L'economia è invece oggi in condizione di valutare e di quantificare il valore aggiunto che un museo, un centro storico di pregio non degradato, un'area archeologica, un paesaggio agrario, un bosco, una costa non cementificata, portano alla comunità che lo possiede e quindi lo gestisce e ne usa gli utili, certamente culturali ma anche economici, con ampie possibilità lavorative dirette e nell'indotto. L'investimento passivo di cui sopra diventa così investimento attivo, almeno nel tempo, misurabile a livello di progetto e di rendiconto. Allo stesso modo può essere valutato il valore sottratto da interventi errati, dequalificati, talvolta deturpanti. Se il Bene culturale aggiunge valore questo deve ritornare alla comunità e possibilmente essere reinvestito nei beni stessi.
L'investimento di risorse nel patrimonio culturale produce innanzitutto un ritorno immediato e continuo in ambito sociale, con un innalzamento del livello di civiltà e conseguenti benefici in ogni settore della vita quotidiana e, secondariamente, ma non per questo con minore evidenza, comporta spesso un sensibile vantaggio a livello puramente economico. E' stato fin troppe volte ribadito che il più sicuro potenziale economico di buona parte del Paese, è costituito dal complesso dei beni culturali, integrati in molti casi in un ambiente rurale e marino particolarmente favorevole; pertanto è necessario in primo luogo operare sul paesaggio, mantenendo e valorizzando le caratteristiche peculiari che costituiscono elemento di attrazione di risorse, che è bene ricordarlo sono, a differenza di altre, inesauribili. La vocazione naturale della penisola non può certamente essere indirizzata verso il turismo estivo di massa, ma piuttosto una offerta mirata con particolare attenzione alle qualità, del complesso delle risorse culturali, paesaggio, monumenti, ambiente naturale e sociale, prodotti naturali, proposte a livello competitivo per qualità e costi che, se ben pianificata, può svilupparsi di fatto per gran parte dell'anno. Per conservare il paesaggio non sono necessari grandi mezzi, ma conoscenza di dettaglio, programmazione rigorosa e sistematica degli interventi, normativa particolareggiata, controlli rigorosi; per realizzare questi presupposti fondamentali è necessario impegnare con continuità un numero consistente di specialisti.
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